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La gattina dall’occhio di perla

Di Valerio Moschetti

C'è una sottile linea, per altro irraggiungibile, che separa il cielo dalla terra, dal mare. La conosciamo tutti e spesso, incantati, la restiamo a scrutare mentre il sole la sera si immerge, come una lettera nella sua busta, colorando ciò che lo circonda di splendide tonalità. L’orizzonte, il misterioso confine che divide il volo degli uccelli, il rombo degli aerei e i lampi, le nubi, il temporale dal mare agitato, dalle colline verdi e lussureggianti, dai deserti senza fine. Nessun animo sensibile può restare indifferente alle meraviglie di un luogo o dell’altro, attratto dal cielo o dalla terra a seconda della personale indole. Difficile incontrarsi, per quelle anime, nella linea di mezzo. Il gabbiano si posa a terra, ma sempre sognando il volo e il delfino salta fuori dal mare, aspettando subito dopo di rituffarsi nel suo profondo. Come pensare quindi che i gatti, proprio loro, custodi dei pensieri più folli e romantici, possano essere esenti dal fascino che questa frontiera racchiude? La storia che vi voglio raccontare è proprio questa; l’incontro tra il Principe dei Tetti, Zelig, indiscutibile sovrano delle case di via Pasteur e Perla, deliziosa micetta il cui occhio sinistro è rimasto offeso per un probabile investimento d’auto. Quando la vidi la prima volta era davvero minuta, poteva avere un mese di età o poco più. Sapeva il fatto suo, si destreggiava tra gli altri gatti del cortile senza soggezione. Sapeva trovarsi un posto per l’ora di pranzo, aveva ormai imparato a evitare quei mostri sulle ruote così pericolosi, aveva un rifugio sicuro sotto il balcone del pian terreno. Pratica e decisa, una gattina che non aveva paura di nulla. Sembrava una di quelle bambine a cui i genitori hanno affidato troppe responsabilità e sembrano già delle donnine. La tradiva solo una gran voglia di coccole, quelle che purtroppo non aveva avuto, e quando la prendevi in braccio per carezzarla, cominciava subito a far le fusa, facendo il gesto di succhiarsi il latte. Ben presto sparì ma nessuno si preoccupò più di tanto. In fondo era una gattina randagia, senza un padrone. Contava poco più di niente, una piccola cenerentola nel quartiere di via Pasteur. Poi un giorno Marina, portando il suo Principe Nero dal veterinario per curare una piccola ciste all’orecchio, la vide in braccio all’infermiera. Come era evidente la differenza tra il suo campione, pelo lucido e gambe lunghe, sguardo fiero di chi vede il mondo dall’alto e la piccola gattina trovatella, ispida, quasi sgraziata e con quell’occhio vitreo ricoperto da una pellicola opaca. Che dire, i giochi erano fatti. Marina provò a fare l’indifferente, a darle un semplice buffetto sul muso innescando immediatamente il “motorino” delle fusa.La piccola capì che era giunto il momento di farsi una famiglia, trovare una casa vera e godere anche lei di tutti i privilegi di cui necessita e sicuramente merita un gatto che si rispetti. Seguendo il movimento delle dita di Marina, con fare seducente si lasciò trasportare dalle mani dell’infermiera a quelle di lei.Il resto è facile intuirlo, Mary si fece prestare un trasportino per portarla a casa. Tutto era già deciso. Mentre presero l’ascensore Perla gettò un ultimo sguardo verso il cortile: “Vi saluto compari,” disse ai gatti appisolati sul muretto, “io salgo ai piani alti. Si cambia vita…”. Già, ma Zelig? Qualcuno aveva chiesto il suo parere? Lui, ancora un po’ frastornato dalle cure del medico, non aveva ancor bene capito ciò che stava succedendo e quasi non notò quel trasportino in cui una piccola, terribile peste, figlia della strada era pronta a contendergli il terreno.Certo, lui era abituato a una vita tranquilla dove alternava dormite profonde a momenti di meditazione zen, scrutando il cielo per interpretarne i segni premonitori. Marina era tutta per lui; fuori discussione il pensiero del cibo. Scelto, raffinato, acquistato con attenzione da un conoscente lontano che lo spediva ogni mese apposta per lui. Per non parlare delle coccole serali, momento di relax con la sua padroncina pieno di affetto e di amore. Adorava quando Marina metteva quel CD di musica orientale in cui lui riviveva una sua vecchia reincarnazione in terre d’Oriente. Era il gatto preferito della Regina del Mare; lei distesa sul sofà ricoperto di soffici cuscini imbottiti di piume lo accarezzava dolcemente intanto che lui le premeva con dolcezza il petto, appena sotto l’attaccatura del collo. Momenti divini, sublimi, incantevoli e quant’altro, unici! L’inconfondibile sguardo di Zelig, intento a fissare il cielo, era il segnale per la luna affinché sorgesse.Marina aprì la porticina del trasportino; Perla ne uscì, scrollandosi il pelo con forza. Basta! Era stufa di stare rinchiusa. Cominciò a guardarsi attorno, ad annusare qui e la. Zelig capì che il suo sogno era giunto al termine, la cruda realtà comportava la presenza di una popolana, una gatta di strada pronta a far guai in ogni momento. L’incontro non fu propizio per una immediata amicizia; iniziarono a soffiarsi minacciosamente. Marina fu costretta a mettere la piccola in bagno, assolutamente piantonata da Zelig. Poi, si sa, nella vita basta conoscersi, parlarsi un po’ e tutte le cose si appianano. Passarono due giorni e per Marina fu un vero sollievo vederli giocare assieme sul terrazzo. Per Zelig iniziò una nuova vita; aveva un sacco di cose da insegnare a quella “casinista”. Innanzi tutto le vie per accedere al tetto, i posti pericolosi dove perdere l’equilibrio sarebbe fatale, il modo per rientrare velocemente in casa nel caso di un attacco da parte di qualche gabbiano. Già, i gabbiani! Che minaccia per la piccola Perla… Lei, seduta sul bordo del muretto che delimitava i due terrazzi, sembrò sorridere. “Ma tu sai quante ne ho viste io per strada?” chiese a Zelig. Lui neanche immaginava di cosa si parlasse, il suo mondo era fatto di nuvole bianche al vento, voli di uccelli, farfalle notturne in cerca di rifugio la sera. E poi coccole, divano, poltrona o letto. Non era mai uscito di casa se non protetto dal trasportino e a dire il vero non ambiva assolutamente a farlo. Invece Perla, pur essendo felice di quella vita al terzo piano, un po’ di nostalgia la sentiva. Il profumo dell’asfalto, lo stridore delle macchine, l’erba, si, ecco, l’erba… E così la sera, quando erano stanchi di rincorrersi come matti sulle tegole, o attraversando a tutta velocità il terrazzo per infilarsi poi attraverso la porta socchiusa in salotto e, con una mezza giravolta, saltare sull’armadio in camera da letto per piombare sulla credenza, travolgendo ogni cosa, ecco, quando alla fine erano esausti, si raccontavano le storie del cielo e della terra, del mare, degli uccelli in volo e dei cani stupidi e “caciarosi”. Sdraiati vicino, uno in fronte all’altro, ma separati da quella sottile linea invalicabile che è l’orizzonte, frontiera tra la terra e il cielo, tra il mondo dei sogni celesti di Zelig e la terra cruda e selvaggia della Gattina dall’Occhio di Perla. Io adoro entrambi, cosi come la loro “mamma”. Zelig lo ammiro per la sua indipendenza, il suo sguardo sfuggente, la zampata imprevedibile quando sente di lasciarsi andare. Perla mi piace per come adora le coccole, per la sua arrendevolezza, per come mi viene vicino nella notte iniziando a fare le fusa, non lasciandomi dormire. In loro trovo l’anima complessa e affascinante della loro custode terrena, poggiata sull’invalicabile confine tra la terra e il cielo, la linea blu, l’orizzonte di Bordighera.

Per gentile concessione di Valerio Moschetti dal suo bellissimo Blog

www.valmos.com

 zelig

 

 

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